La Cina ha scritto le regole della GEO: cosa dicono le norme che in Europa nessuno ha ancora
Tra agosto e settembre 2026 due associazioni cinesi hanno pubblicato sei norme sulla GEO: le pratiche vietate elencate e definite una per una, archivi separati per fatti e marketing, promesse che un fornitore non può fare, indicatori obbligatori. Le abbiamo lette sulle fonti originali: cosa dicono e cosa vale anche per un brand italiano.

In breve
- Tra agosto e settembre 2026 due associazioni cinesi hanno pubblicato sei norme di settore sulla GEO, l’ottimizzazione per i motori generativi. In Europa e negli Stati Uniti non esiste nulla di simile.
- La norma redatta con Xinhua elenca e definisce una per una le pratiche scorrette, impone archivi separati per fatti, opinioni e marketing, vieta ai fornitori di promettere il primo posto garantito nelle risposte e fissa gli indicatori da misurare.
- Il contesto: 602 milioni di cinesi usano l’AI generativa, il 42,8% della popolazione, e il mercato della GEO è stimato da 4,8 a 137,6 miliardi di yuan tra il 2026 e il 2030.
In Europa la GEO, cioè il lavoro per farsi citare da ChatGPT, Gemini e dalle AI Overview di Google, è ancora una pratica senza regole: ogni agenzia la definisce a modo suo e promette quello che vuole. In Cina, nell’estate 2026, è diventata materia di norme di settore, con definizioni, divieti e indicatori. Le abbiamo lette sulle fonti originali: ecco cosa dicono e perché contano anche per un brand italiano.
Index
Due associazioni, sei norme, tre mesi
La prima è la T/CAPT 026-2026, «Norma per la diffusione affidabile dell’informazione e la governance dell’ecosistema informativo nella GEO»: pubblicata l’11 agosto 2026 e in vigore dal 12 dalla federazione cinese dei tecnici dell’informazione giornalistica, redatta da Xinhua, l’agenzia di stampa di Stato, con una trentina di enti tra cui l’Università Fudan, l’Università di Posta e Telecomunicazioni di Pechino e diversi gruppi editoriali. Ventidue pagine.
Le altre cinque sono le T/CAACCHINA 001-005-2026 dell’Associazione cinese della pubblicità commerciale: i lavori sono partiti a marzo, la consultazione pubblica a luglio, la pubblicazione il 14 settembre 2026, con 41 enti e 75 esperti nella redazione. Coprono termini e definizioni, valutazione dei fornitori, prezzi e misurazione, corpus affidabile, sicurezza e conformità. I testi integrali si scaricano dal sito dell’associazione, che li ha presentati il 16 ottobre 2026 a Shanghai. Prima di tutte, a marzo, era arrivato un documento meno noto: i «requisiti di base per l’affidabilità dei servizi GEO» dell’alleanza AIIA, guidata dal CAICT, l’istituto di ricerca del ministero dell’Industria, con una prima tornata di valutazioni e nove fornitori certificati a maggio.
Il contesto spiega la fretta. Secondo il 57° rapporto del CNNIC, a fine 2025 in Cina usavano l’AI generativa 602 milioni di persone, il 42,8% della popolazione, 25 punti in più in un anno. E la società di ricerca iAnalysis stima il mercato cinese della GEO a 4,8 miliardi di yuan nel 2026 e a 137,6 miliardi nel 2030. Quando un mercato cresce trenta volte in quattro anni, le regole arrivano da sole. Lo stesso contesto ha fatto nascere la GEM, l’unione di GEO e pubblicità dentro le risposte AI, che in Cina ha già un nome.
I cinque segnali con cui l’AI decide chi citare
La prima parte delle norme dell’associazione pubblicitaria fa una cosa che nessun documento ufficiale aveva fatto: elenca i segnali con cui un’AI generativa decide quali fonti citare. Sono cinque: pertinenza semantica, guadagno informativo, coerenza dell’entità, autorevolezza del brand, qualità del contenuto. A questi segnali la norma affianca un modello a quattro livelli: base tecnica, qualità del contenuto, adattamento alle piattaforme, posizione nella mente del cliente.
Non è la formula segreta di Google o di OpenAI, che appunto resta segreta. È una descrizione condivisa da 41 aziende che fanno questo lavoro ogni giorno, e coincide con quello che vediamo nelle risposte: le AI Overview usano cinque fonti per risposta, scelte tra le pagine che rispondono a una domanda precisa con fatti verificabili. Il «guadagno informativo» è la voce da sottolineare: una pagina entra se aggiunge qualcosa che le altre non dicono.
La norma di Xinhua definisce la GEO nello stesso modo: la pratica che rende l’informazione «più facile da capire, indicizzare e citare in modo ragionevole» per l’AI generativa, attraverso struttura, semantica, verifica dell’attendibilità e pertinenza. Che è, parola più parola meno, la definizione da cui partiamo noi. Tra i riferimenti la norma cita lo studio di Princeton del 2023 che ha coniato il termine, le norme antispam di Google, le regole d’uso di OpenAI, lo standard ISO 42001 e il quadro del NIST sui rischi dell’AI.
Le pratiche vietate, una per una
La parte più utile della norma di Xinhua è il vocabolario delle cose che non si fanno. Quattro definizioni, con numero di articolo:
- Avvelenamento del corpus: inserire di proposito contenuti falsi, fuorvianti o ridondanti nelle fonti che i modelli leggono. In concreto: siti satellite, pubblicazioni di massa a bassa qualità, istruzioni nascoste nelle pagine, metadati ingannevoli.
- Falso consenso: pubblicare lo stesso contenuto, o contenuti quasi uguali, su molte piattaforme perché il modello lo prenda per un fatto o per l’opinione della maggioranza.
- Egemonia della risposta: occupare in modo anomalo, con contenuti su scala, le risposte dell’AI su un tema, riducendo la varietà delle fonti.
- Prompt injection: nascondere in pagine, documenti o metadati istruzioni che spingono il modello fuori dal suo funzionamento normale.
A questi si aggiungono, nella tabella dei divieti, la falsificazione di classifiche, certificazioni, recensioni e pareri di esperti, il dirottamento del marchio e del traffico dei concorrenti, e la rimozione dei contrassegni dei contenuti generati dall’AI. Sono, uno per uno, i servizi che molte agenzie europee vendono oggi senza chiamarli così.
La norma chiede anche una cosa che ogni brand dovrebbe fare da solo: tre archivi separati. Un archivio dei fatti, con le prove e la classificazione delle fonti; un archivio delle opinioni, con autore e data; un archivio delle espressioni di marketing, slogan e claim, che «non può sostituire l’archivio dei fatti come base fattuale». Ogni affermazione fattuale usata nel marketing deve coincidere con la versione dell’archivio dei fatti. È la descrizione esatta di come un modello finisce per descrivere male un brand: quando legge uno slogan e lo prende per un dato.
Cosa un fornitore può promettere e cosa deve misurare
Il punto 8.3 è quello che cambia il mercato. Un fornitore di GEO non può promettere né lasciar intendere formule come «primo posto garantito», «sempre tra i primi tre», «indicizzazione permanente», «citazione certa dal modello», «raccomandato ufficialmente» o «partner esclusivo della piattaforma». Può pattuire solo obiettivi di processo: la quota di affermazioni con una prova, la copertura della classificazione delle fonti, la frequenza delle misurazioni, i tempi di correzione, le scadenze di consegna.
Gli indicatori, nell’appendice E, sono divisi in cinque famiglie. Quelli di risultato: tasso di menzione nelle risposte, menzioni efficaci, richiamo dei punti di forza, quota di sentiment positivo, accuratezza. Quelli di citazione: citazioni totali, copertura delle domande, pagine citate, attività per pagina. E quelli sull’ambiente informativo, che nessun fornitore occidentale misura: quota di affermazioni non provate, quota di espressioni fuorvianti, variazione della diversità delle fonti, indizi di falso consenso. La norma chiede campionamenti su più piattaforme, in più momenti e con sessioni indipendenti, perché la stessa domanda dà risposte diverse.
Ci sono anche i tempi. Un rischio alto, per esempio un’informazione falsa o un attacco ai concorrenti, va preso in carico entro un’ora e contenuto entro quattro; un rischio medio verificato entro 24 ore; una correzione ordinaria chiusa entro sette giorni lavorativi. E il settore auto compare nella tabella delle situazioni ad alto rischio, per la pubblicità comparativa, i prezzi e le basi delle recensioni.
Cosa cambia per un brand europeo
Le norme cinesi non valgono in Italia e non valgono per ChatGPT o Gemini. Tre cose però valgono ovunque, perché descrivono come funzionano i modelli e non come funziona la Cina.
La prima: la lista delle pratiche vietate è una lista di controllo. Se un fornitore propone contenuti identici su dieci piattaforme, siti satellite o recensioni create ad arte, in Cina violerebbe una norma scritta; qui viola solo il buon senso, ma il modello reagisce allo stesso modo, e Google e OpenAI hanno le loro regole antispam, citate dalla norma.
La seconda: le promesse vietate sono un filtro per le offerte. Nessuno può garantire la citazione da parte di un modello, perché il modello non è suo. Chi lo promette sta vendendo qualcosa che non controlla.
La terza: gli indicatori sono quelli giusti. Tasso di menzione, accuratezza, sentiment, citazioni e diversità delle fonti sono le stesse misure con cui seguiamo un brand ciclo dopo ciclo, con sei indicatori registrati, e che ora hanno un riferimento esterno, scritto da chi quel mercato lo sta costruendo. La differenza vera tra i due mondi è una: in Cina chi fa GEO deve tenere un registro di quello che fa e correggere entro tempi fissati. In Europa, per ora, lo fa chi vuole.
Domande frequenti
No. Sono norme di settore volontarie, emesse da associazioni cinesi per il mercato cinese. Nessun obbligo vale fuori dalla Cina. Quello che vale ovunque è il contenuto tecnico: le definizioni delle pratiche scorrette e gli indicatori con cui si misura il risultato.
È la pubblicazione dello stesso contenuto, o di contenuti quasi identici, su molte piattaforme perché il modello lo scambi per un fatto o per l’opinione della maggioranza. La norma cinese lo vieta, insieme all’avvelenamento del corpus con siti satellite e all’egemonia della risposta, cioè occupare in modo anomalo le risposte su un tema.
Solo obiettivi di processo: quante affermazioni hanno una prova, quante fonti sono classificate, quante volte si misura, in quanto tempo si corregge. Non può promettere il primo posto, la citazione certa da parte del modello o l’indicizzazione permanente, perché il risultato finale dipende dal modello e non dal fornitore.