llms.txt: cos’è, chi lo legge davvero e cosa dicono quattro mesi di registro di un sito con 4 milioni di visite di bot

llms.txt è il file che dovrebbe dare alle AI una mappa del sito. Su Quotidiano Motori, il quotidiano online di motori che gestiamo, i bot delle AI lo hanno aperto 131 volte in quattro mesi, mentre in una settimana hanno chiesto 29.561 volte le versioni Markdown delle pagine. Google scrive che file nuovi non servono.

Illustrazione di robot ChatGPT, Claude, Gemini e Perplexity che leggono un file LLMs.txt collegato a un sito
Su Quotidiano Motori i bot delle AI hanno aperto llms.txt 131 volte in quattro mesi, ma in una settimana hanno chiesto 29.561 versioni Markdown delle pagine. © ThinkAI

In breve

  • llms.txt è un file proposto nel settembre 2024 per dare alle AI una mappa del sito in Markdown. Google scrive che per le sue funzioni AI non servono file nuovi.
  • Su Quotidiano Motori, il quotidiano online di motori che gestiamo, i bot delle AI e dei motori di ricerca hanno fatto 4 milioni di richieste in quattro mesi. Il file llms.txt lo hanno aperto 131 volte, circa una al giorno. In una settimana il file è stato chiesto 491 volte, quasi sempre da strumenti SEO e da elenchi di file llms.txt.
  • Nella stessa settimana le versioni Markdown delle pagine sono state chieste 29.561 volte, sessanta volte di più, per il 42% dal bot di ricerca di ChatGPT. Le AI leggono le pagine, non la mappa.

Quando un’azienda chiede come farsi leggere dalle AI, il primo consiglio che riceve è quasi sempre lo stesso: metti un file llms.txt. Costa dieci minuti e lo generano i plugin. La domanda che nessuno fa è se poi qualcuno lo legga. Abbiamo guardato i registri di Quotidiano Motori, il quotidiano online di motori che gestiamo, dove i bot dei motori di ricerca e delle AI fanno circa un milione di richieste al mese: il file c’è dal 2026, insieme alla versione Markdown di ogni pagina. I numeri dicono chi legge cosa.

Cos’è llms.txt

È un file di testo in formato Markdown, messo nella radice del sito come robots.txt e sitemap.xml. Lo ha proposto Jeremy Howard il 3 settembre 2024: contiene il nome del sito, una riga di riepilogo e un elenco di link alle pagine che contano, con una nota per ciascuna. L’idea è dare a un agente AI una mappa breve, che entri nella sua memoria di lavoro, e lasciare i dettagli dietro i link. La stessa proposta chiede una seconda cosa, meno citata: una versione Markdown di ogni pagina, allo stesso indirizzo con l’estensione .md, collegata dalla pagina HTML.

Il file è nato per la documentazione del software, dove gli agenti che scrivono codice lo usano per trovare le istruzioni di una libreria. La versione aggiornata della proposta, dell’agosto 2026, dice che OpenAI, Anthropic e Google lo pubblicano per la documentazione dei propri strumenti. È un dato da leggere con attenzione: pubblicare il file per i programmatori non vuol dire che i loro bot lo cerchino sui siti degli altri.

I bot che contiamo, e quelli che teniamo fuori

Il registro che usiamo conta solo i bot riconosciuti come motori di ricerca e sistemi AI: Google, Bing, Apple, Amazon, Meta, OpenAI, Anthropic, Perplexity e gli altri. Sono i bot che vogliamo far entrare. Gli altri, raccoglitori di immagini, copiatori di contenuti, scanner che cercano file di configurazione, restano fuori da regole messe a tre livelli: robots.txt, server e Cloudflare, e non entrano nel conto. Tra il 6 giugno e il 6 ottobre 2026 i bot ammessi hanno fatto 4.005.693 richieste: Bing 1,29 milioni, Google 846.000, Apple 512.000, Amazon 426.000, Meta 235.000, il bot di ricerca di Claude 211.000, ChatGPT-User 211.000, il bot di ricerca di ChatGPT 88.000, Perplexity 39.000.

Nello stesso periodo le AI hanno mandato al sito 1.443 visite di persone, 1.072 da ChatGPT. Il rapporto tra letture dei bot e visite umane è di quasi tremila a uno: è il contesto in cui va letto tutto il resto.

Chi legge llms.txt

In quattro mesi i bot delle AI e dei motori hanno chiesto llms.txt e la sua versione estesa 131 volte, circa una al giorno. Le richieste vengono da Google (circa 35), Amazon (circa 30), Meta (14), Apple (11), ChatGPT-User (9), OpenAI SearchBot (5); una ciascuno da ClaudeBot, Claude-SearchBot e Bing. Su 4 milioni di richieste, il file pesa lo 0,003%.

Allargando lo sguardo a tutti i visitatori, umani o no, negli ultimi sette giorni il file è stato chiesto 491 volte. Le prime due voci sono uno strumento SEO (171 richieste) e un elenco pubblico di file llms.txt (112); seguono validatori, scanner di ricerca, un servizio che rileva le tecnologie dei siti, e richieste fatte a mano con curl. I bot delle AI, in quella settimana: Meta 12, Amazon 6, Google 4; OpenAI, Anthropic e Perplexity: zero. Chi legge llms.txt, oggi, sono soprattutto gli strumenti che vendono llms.txt.

Google lo dice per iscritto. Nella documentazione per i proprietari di siti, alla voce sulle funzioni AI della Ricerca, scrive che non è necessario creare nuovi file leggibili dalle macchine, file di testo o marcature per l’AI: valgono i requisiti di sempre: contenuti indicizzabili, scansione permessa, testo leggibile.

Cosa leggono invece: le pagine, in Markdown

Il dato che cambia la prospettiva sta nell’altra metà della proposta. Ogni articolo di Quotidiano Motori dichiara nel codice la propria versione Markdown, con il collegamento rel=”alternate” type=”text/markdown” che la proposta consiglia. Negli stessi sette giorni quelle versioni sono state chieste 29.561 volte, circa 4.200 al giorno, e servite correttamente nel 98% dei casi. Il bot di ricerca di ChatGPT da solo ne ha chieste 12.370, una ogni cinquanta secondi; poi Bing 5.808, Amazon 3.922, Baidu 1.581, Apple 1.423, Meta 1.027, il bot di ricerca di Claude 129, ChatGPT-User 73, Perplexity 8.

Sessanta volte le richieste di llms.txt, e da bot diversi: quelli che ignorano la mappa leggono volentieri le pagine pulite. Il motivo è nella logica dei bot di ricerca: arrivano su una pagina perché qualcuno ha fatto una domanda, trovano il collegamento alla versione in testo semplice e la prendono, senza menu, pubblicità e script. llms.txt è un indice; la pagina è il contenuto. Cosa facciano poi con quel testo, se lo citino o lo scartino, il registro non lo dice: dice solo cosa hanno chiesto.

Cosa fare, in ordine di peso

Primo: le pagine. I bot delle AI arrivano quasi solo lì, e Google chiede solo quello: testo leggibile, scansione permessa, nessun blocco involontario su hosting e CDN. È lo stesso lavoro che decide se un brand compare nelle risposte, descritto nelle regole della Generative Engine Optimization. Secondo: la versione Markdown di ogni pagina, collegata dall’HTML. Nei nostri numeri è l’unica aggiunta tecnica che i bot usano davvero, e costa un plugin o una regola sul server.

Terzo: llms.txt. Costa poco, non fa danni e qualche agente lo cerca; va pubblicato sapendo che oggi lo leggono strumenti più che AI. Quarto, prima di tutti gli altri: sapere chi entra. Senza un registro dei bot si lavora a tentativi, e nei siti più letti dalle AI più di metà del traffico non è umano. Cosa dicono poi le AI del brand, con quelle pagine lette, è la misura da cui parte l’audit.

Domande frequenti

Cos’è il file llms.txt?

È un file di testo in Markdown, nella radice del sito, con il nome del sito, una riga di riepilogo e un elenco di link alle pagine importanti. Lo ha proposto Jeremy Howard nel settembre 2024 per dare agli agenti AI una mappa breve del sito. La stessa proposta chiede una versione Markdown di ogni pagina.

Google usa llms.txt?

No. Nella documentazione per i proprietari di siti Google scrive che per comparire nelle sue funzioni AI non serve creare nuovi file leggibili dalle macchine, file di testo o marcature per l’AI. Contano i requisiti di sempre: pagina indicizzabile, scansione permessa, contenuti in forma di testo.

Conviene pubblicare llms.txt?

Sì, perché costa poco e non fa danni, ma senza aspettarsi risultati. Su Quotidiano Motori i bot delle AI lo hanno aperto 131 volte in quattro mesi, mentre in una sola settimana hanno chiesto 29.561 volte le versioni Markdown delle pagine. Il lavoro che pesa è sulle pagine.

 

Caterina Di Iorgi
Scritto da

Giornalista pubblicista, laureata in Filosofia alla Sapienza di Roma, è stata fashion editor per Blogosfere e poi per i magazine di Blogo. Ha fondato GlobeStyles ed è responsabile Lifestyle di Quotidiano Motori. Con Gianluca Pezzi ha fondato ThinkAI, boutique di AI Brand Governance.

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